giovedì 27 dicembre 2012

Buon anno a tutti gli amici! da Piera Mattei



In particolare un caloroso "BUON ANNO!" agli amici estoni e a una persona molto speciale che ho incontrato lo scorso ottobre, mentre ero a Tallinn, invitata da Doris Kareva e dai suoi amici artisti, musicisti e poeti del festival TriaLogos.

Sto parlando di Vello Salo, che però non era né tra gli organizzatori né tra i partecipanti a quel festival, ma un suo bel ritratto, del fotografo Kaido Vainomaa, era in quei giorni in piena pagina sulla rivista letteraria più importante della città, per accompagnare una vasta intervista e la celebrazione dei cinquant'anni delle edizioni di cui lui è mente e artigiano-realizzatore. Più tardi lui stesso commenterà "Non pensavo di poter avere un'espressione così benevola e accogliente"! Nella foto infatti ha uno sguardo limpido e nelle mani un libro, probabilmente un testo sacro. Benvolenza e accoglienza  sono certamente due virtù sulle quali ha lavorato un'intera vita: Vello Salo,  ovvero padre Salo,  è un prete cattolico e priore del locale convento delle suore brigidine.

 Incontrare a Tallinn un prete cattolico non è così frequente come può accadere nella mia città, capitale universale del cattolicesimo, ma non è per questo, o non solo per questo,  che nell'ambiente della cultura estone Vello Salo è noto a tutti. Piuttosto la sua popolarità deriva da un temperamento molto forte,  da una storia personale complessa e indubbiamente avventurosa, con giovanili esperienze su opposti versanti dei conflitti connessi alla seconda guerra mondiale. Persino le motivazioni della sua adesione al cattolicesimo hanno a che fare  con eventi eccezionali che, sul suo temperamento già forse predisposto, produssero effetti "miracolosi". Accadde che, durante il periodo più sanguinoso della guerra,  delle suore in Olanda lo ospitarono nascostamente, salvandolo da rappresaglie. Quella naturale carità che prescindeva da ogni considerazione d'interesse e dal giudizio politico fu all'origine di una conversione al cattolicesimo (anche se nel cristianesimo ortodosso era stato già battezzato),  e della decisione di dedicarsi alla vita religiosa.

A Tallinn quindi è priore di un convento, ricostruito dopo la fine del periodo sovietico,  che ospita circa 300 monache.
"L'italiano è la lingua ufficiale di questa comunità di cui la fondatrice era svedese e non una suora è italiana", mi aveva scritto durante un nostro scambio di messaggi elettronici.
Da allora mi era rimasta la curiosità di sapere perché. Quando lo incontro a Tallinn semplicemente mi spiega che, essendo Roma la città dove Santa Brigida passò gli ultimi anni di vita e morì, tutte le religiose devono trascorrere almeno un anno,  prima dei voti, nella casa Madre di Piazza Farnese,  un luogo dedicato alla santa fondatrice.
L'italiano è una vera passione di Vello Salo anche se, il gusto delle lingue e una vita cosmopolita,  lo hanno reso poliglotta. Alla sua tenace volontà, al suo meticoloso lavoro è infatti dovuta la prima antologia di poesia estone in lingua italiana,  di cui ho avuto in dono un volume della seconda edizione,  Poeti estoni,  edizioni Abete 1975. Quella raccolta va dalle origini ottocentesche della poesia nazionale fino ai primi anni '70 del secolo scorso, quando appunto fu pubblicata. È stata la prima antologia, ma forse, nonostante siano trascorsi circa quarant'anni,  rimane a tutt'oggi la più completa. Alla versione poetica della traduzione italiana e alla pubblicazione stessa dette il suo importante contributo la poetessa Margherita Guidacci, voce notevole del novecento, oggi quasi dimenticata.

Padre Salo ha ancora una vita attivissima. Quando ci sentiamo a Tallinn mi dice che verrà a incontrarmi all'albergo dopo cena, alle 9, perché nei giorni successivi è impegnato a Tartu.
Ci sediamo al bar e parliamo a lungo davanti a un bicchiere di Cognac, sfogliando cartelle di documentazioni e avanzando progetti, ma anche commentando eventi politici lontani  e recenti. Mi parla con dispiacere del fatto che i turisti preferiscano soggiornare negli alberghi più modernamente attrezzati che nel convento delle brigidine. Quindi è  un uomo che non solo ama la carità e la poesia,  ha presenti anche gli aspetti più concreti e prosaici della vita di comunità.

Due giorni dopo,  sono alla libreria Apollo di Tallinn per presentare il libro "La quinta ruota di scorta"del poeta Kalju Kruusa che abbiamo tradotto e pubblicato per le edizioni Gattomerlino. Non ho visto tra il pubblico Vello Salo, ma so che tra i suoi mille impegni, ha fatto in modo di passare, e mi ha lasciato in dono, come saluto,  un piccolo libro delle sue edizioni.

sabato 1 dicembre 2012

PREMIO NAZIONALE DI POESIA BAGNI DI LUCCA


TERZA EDIZIONE – 2012/2013
Con il Patrocinio della Provincia di Lucca, del Comune di Bagni di Lucca, del Centro Internazionale Antinoo per l'Arte - Marguerite Yourcenar e del webmagazine "Art a part of cult(ure)"

Tema del concorso “MEMORIE DELL'ACQUA” e Sezione speciale dedicata all’antica stazione termale di Bagni di Lucca: “BAGNI DI LUCCA; LA VALLE DEI POETI, L’ACQUA CHE CURA”
 Il Premio è rivolto ad autori italiani e stranieri e riguarda la poesia inedita; sono ammessi testi in qualsiasi lingua, purché forniti di traduzione in lingua italiana.

Tema del Concorso “MEMORIE DELL'ACQUA”
 Il concetto di "memoria dell'acqua" fu proposto per la prima volta da Jacques Benveniste che ipotizzò con questo un valore terapeutico dei rimedi omeopatici, intendeva perciò la possibilità dell'acqua di mantenere un "ricordo" delle sostanze con le quali era venuta a contatto. Jacques Benveniste era uno scienziato ma anche un uomo carismatico e di spettacolo (una celebrità in Francia) scomparso a Parigi il 3 ottobre 2004. Con la sua scoperta ha ispirato anche una commedia ed una canzone rock, come pure un modo "poetico" di sentire e di pensare all'acqua. Naturalmente la sua controversa carriera scientifica ha visto opposte interpretazioni della sua scoperta (...) ma almeno diede l'avvio ad una complessa evoluzione della ricerca medico-scientifica che è culminata oggi nella scoperta del premio Nobel per la medicina Luc Montagnier, insieme ai biologi Lavallè e Aissa, in sinergia con il gruppo di ricerca italiano dei fisici; coordinato da Emilio Del Giudice. La scoperta incredibile è che alcune sequenze di Dna possono indurre segnali elettromagnetici di bassa frequenza in soluzioni acquose altamente diluite, le quali mantengono poi "memoria" delle caratteristiche del Dna stesso.(...) Dopo aver ricordato che nel regno animale, l’acqua ha una quota compresa tra il 90-95% negli organismi inferiori e il 70-80% in quelli superiori, che il globo terreste è coperto d'acqua per il 71% e per il restante 29% dalle terre emerse, che il 97% dell’acqua sul nostro globo è salata, quindi contenuta nei mari e negli oceani e solo il 3% è acqua dolce della quale circa 2/3 è trattenuta nei ghiacciai e nelle nevi perenni, dopo aver appreso che l'acqua è un vettore ideale per l'informazione elettromagnetica ed ha la capacità di memorizzare "l'impronta" delle sostanze disciolte e agire anche in assenza delle stesse, possiamo citare a corollario anche le ricerche (cominciate nel 1984) del biochimico e ricercatore giapponese Masaru Emoto, effettuate dopo aver incontrato il bio-chimico Lee H. Lorenzen, inventore della microcluster water (un’acqua energetizzata avente effetti terapeutici). Masaru Emoto ha messo a punto una tecnica di refrigerazione che gli ha consentito di fotografare i cristalli di diversi tipi di acqua provenienti da svariati siti e di ineguale composizione, esposta a vibrazioni diverse, come la musica o le parole, persino dei pensieri. I risultati dei suoi esperimenti mostrano che i cristalli cambiano struttura non solo secondo il grado di purezza o inquinamento, ma anche a seconda dei messaggi ricevuti in modo verbale. Si strutturano di fatto verso una complessità armonica se il messaggio è positivo, al contrario creando forme amorfe e squilibrate, "brutte" secondo i nostri criteri estetici. Tali immagini sono talmente impressionanti che Masaru Emoto ha deciso di renderle disponibili attraverso la pubblicazione di numerosi libri e tenendo conferenze in tutto il mondo. Tali recenti scoperte non possono non essere motivo di riflessione e di ispirazione, anche nel loro significato simbolico e metaforico di legame con la "nostra memoria storica", obiettivo del Concorso è quindi quello di affrontare, con impegno e sensibilità poetico-letteraria, queste problematiche legate all'acqua, al suo uso indiscriminato ed irrazionale, valorizzando altresì gli aspetti di bellezza e conforto dell’acqua per gli esseri viventi, in tutti i suoi significati storici e metaforici di "memoria", nostalgia, risorsa da salvaguardare. L'acqua è fondamentale per tutte le forme di vita sul nostro pianeta, la sua qualità e la sua integrità sono essenziali per la loro sopravvivenza.

 Sezione speciale: “BAGNI DI LUCCA; LA VALLE DEI POETI, L’ACQUA CHE CURA”

 Per quanto riguarda la Sezione Speciale sarà premiata quella composizione poetica che descriva, valorizzi, rappresenti la “Val di Lima” in modo strettamente correlato al valore termale dell'acqua che cura e le sue proprietà (conosciute fin dalla preistoria) in un rapporto strettissimo con un territorio che si è, soprattutto per questo, arricchito di cultura ed ha richiamato a sé grandi personaggi politici e grandi intellettuali, ma anche grandi masse di persone in cerca di sollievo dai loro problemi di salute.
 Dal sito [www.carlaguidi-oikoslogos.it]
SI POTRA' SCARICARE IL BANDO COMPLETO ED INOLTRE GRATUITAMENTE IL LIBRO STORICO DI BETTI/CHERUBINI SU "BAGNI DI LUCCA ANTICA STAZIONE TERMALE"

 Ideatrice e curatrice del Progetto, responsabile della stampa della pubblicazione e referente comunicati stampa Carla Guidi – mail [posta@carlaguidi-oikoslogos.it] La Segreteria del Premio è curata dalle Terme di Bagni di Lucca nella figura della sig.ra MILA tel. 0583 87221 [www.termebagnidilucca.it] - indirizzo postale: Bagni di Lucca Terme J.V. e Hotel S.r.l. - Piazza San Martino, 11 55022 Bagni di Lucca (LU)

mercoledì 28 novembre 2012

DON GIOVANNI ?

Orazio Caruso – Comici randagi – Sampognaro e pupi edizioni 2012 di Piera Mattei
Quanto del personaggio di Spartacus, quanto di quello di Don Giovanni, sono diventate parti integranti della personalità di Orazio Caruso scrittore? Quanto il teatro (che organizza nelle scuole e per le scuole) è diventato un modo essenziale di rappresentarsi la vita, le sue complicazioni, e quell'elemento insopprimibile che è la sorpresa, il divertimento, il mettersi "in scena"? Il divertimento sembra l'atteggiamento fondamentale di questa scrittura e riesce a comunicarsi al lettore, che non incontra – è diventato evento raro!– banalità o deviazioni volgari nel suo rapido percorso di lettura. Eugenio, coprotagonista col fratello Alfio, che è infatti l'altra metà del geode d'ametista, è certo un Dongiovanni perché è interessato a tutte le donne che capitano sotto il suo sguardo, ma non è il Dongiovanni di Da Ponte – Mozart perché gli basta fantasticare sulla loro immagine, prendere lo spunto da un dettaglio per inventare una storia, non macchina inganni e seduzioni per possederle e abbandonarle. In fondo Eugenio è essenzialmente un creatore di storie, di personaggi. Ma quando torna a fare il regista, pirandellianamente, le sue creature, le sue invenzioni che ha allenato con severa disciplina, una volta collocate sulla scena rivendicano la loro indipendenza, sfuggono a qualsiasi predeterminata intenzione direttoriale. La caratteristica principale di questa scrittura è la leggerezza, la grazia, come a ricordare che il Don Giovanni di Mozart non è una tragedia ma un dramma giocoso. Sul finale il riferimento alla violenza mafiosa che si oppone a ogni difesa della splendida natura dell'isola in nome del profitto, vede infine il trionfo dei buoni e tutti si salvano.

venerdì 19 ottobre 2012

Istanbul Poetry Festival (11-16 settembre)


cronache e riflessioni
di PIERA MATTEI

INTRODUZIONE


Adnan Özer è sempre presente, ma quasi invisibile, in queste giornate istanbulesi. È un poeta turco, l'organizzatore, ormai da anni, dell'Istanbul Poetry Festival e di alcune altre iniziative che, mi pare,  pongono al centro la poesia europea e la sua traduzione in turco. Il suo sorriso, la sua semplicità, ma nello stesso tempo la convinzione del suo progetto lo rendono da subito una persona che ti senti amica. Si esprime oltre che in turco nello spagnolo di una comunità di antico stanziamento, e lo spagnolo è anche la lingua che adotta nelle comunicazioni con noi "stranieri".

"Non sono un accademico!" Ha messo le mani avanti, durante il nostro primo incontro, lo scorso maggio, al Centro Culturale Italiano – un incontro organizzato dalla dinamica direttrice Gabriella Fortunato. 
Certo, non c'è bisogno di essere accademici per comprendere e amare la poesia, per essere poeti. E poi la mia risposta "Io nemmeno! "

Dunque noi, poeti "stranieri"in vario modo incontrati e scelti da Adnan eravamo un piccolo gruppo, in tutto undici, tutti ospitati nello stesso albergo, e l'organizzazione delle nostre giornate permetteva di incontrarci non solo in occasione delle letture comuni, ma anche alla colazione del mattino, a pranzo o la sera a cena. Parlavamo in inglese, per lo più, ma anche uno strano impasto d'italiano-spagnolo, dato che due erano i poeti spagnoli invitati, e poi c'era una poetessa di Malta, così prossima all'Italia, infine come dicevo, lo spagnolo è la seconda lingua parlata da Adnan  Özer.

Tranne che con lui, che del resto con grande discrezione si è escluso dalle letture, con gli altri poeti turchi, alcuni invitati da altre città, altri residenti a Istanbul, invece, tranne rare ma anche fugaci eccezioni di scambio in inglese, abbiamo comunicato molto con sorrisi, con cenni di simpatia, con applausi, quasi in una dimensione prelogica. Infatti la lingua nella maggior parte dei casi si è dimostrata uno scoglio davvero ingombrante, posto di traverso al tentativo di una comunicazione più ragionata. Quanti amori, quante amicizie nascono così, sulla base di un sentimento di riconoscimento, di simpatia, che non si ferma "sulla soglia " della  comunicazione verbale, ma con naturalezza la supera? E la poesia può essere un modo di comprendersi "oltre"?

Queste domande mi sono posta durante la settimana circa di scambi, di letture: noi "europei" nella nostra lingua, e poi nella traduzione turca delle stesse poesie; i poeti turchi nella loro. Al mio ascolto la lingua turca ha questo di peculiare, me ne ero accorta già nei luoghi pubblici, per la strada: suoni  che si modulano discreti, senza  risultare in asprezze (come ad esempio l'arabo, e lo stesso olandese che ascolto qui) o in misteriose  cantilene (come quelle che mi restituiscono lo svedese o altre lingue nordiche).

Potevo notare inoltre che la lettura dei poeti turchi contiene più frequentemente un elemento di drammatizzazione, che giunge all'accompagnamento musicale o addirittura al canto (a cantare nella lettura sul battello, l'ultimo giorno è stato Mevlana Idris). 

Nella Foto Adnan Özer con un amico, sul battello del Bosforo
SEGUE

lunedì 17 settembre 2012

La nostra respirazione


Da – Cento Giade del Tesoro di Kung – Antologia di filosofia confuciana a cura di Piero Grosso – Gino Carabba Editore – Lanciano 1933

Agli ardori dell'estate succedono i languori dell'autunno.
Ai campi di neve succede la gran fioritura dei campi.
Ma il sole, sia che si levi, sia che tramonti, è sempre una grande cosa.
La morte riduce l'uomo a una zolla di terra buona a far spuntare un po' d'erba. E io capisco perché la nostra respirazione non è che un continuo sospiro. ( Confucio 551-479 a.C. – Compilazioni e opere –)

lunedì 3 settembre 2012

NOVITA' GATTOMERLINO



Ancora su proposta e con la cura di Eloy Santos la Gattomerlino edizioni pubblica un autore latinoamericano.

Si tratta di una poeta colombiana, della voce intensa e vibrante di Janet Nunez.
Un voce in cui il pianto e il sorriso, quasi gemelli omozigoti che non riescono a separarsi, decidono di non risolvere la loro differenza. Mostrano così, sempre uniti, la profonda e persino ilare accettazione delle profonde pieghe (piaghe) che la vita produce e la gioia della febbrile, infantile scoperta delle proposte che – impensabili fino al tramonto del giorno prima – quella stessa vita, con innocente candore, non si stanca, ad ogni alba, di variare.(Piera Mattei)


Non sono qui.
una volta ho voluto stare
molto vicino a te, alle cose, alla gente
ma venne a mancare una piega segreta di tenerezza e coincidenza
forse sono mancate anche la mia voce
e la mia sordità.

Potrebbe semplicemente mancare la scintilla originaria
l'illusione di diventare essenziale,
più petalo di sogno
più colpo di fortuna
più cammino fatto ruota,
più germe, più semplicità
però altri vennero meno al compasso del mio errore
e erratici restiamo al di sotto della luna.

Ho voluto capire
–senza fortuna–
il fondo dello sciame,
cercare altre meraviglie, sentirmi più umana,
uscire dall'orbita, ridurmi senza fuoco,
trascorrere la vita integra senza fumo, senza cenere,
vincere la fretta, saziare gli appetiti
alzarmi con voce ferma senza doni di grandezza,
però venne a mancare il caso, mancò il nostro impeto
mancarono le parole e anche mancarono …
mancarono risposte.

Impossibile allora sapere se sono stata qualcuno.
Non importa che fosse un qualcuno normale.
Volli semplicemente esserci, volli venire, fermarmi
per raccontare che esiste il mondo alla distanza
al margine del disprezzo, dell'anima tradita
e così andai al passo, transitoria, grave,
sola,
serena, persuasiva,
senza fauci in minaccia

Al filo del mio corpo ancora confesso
Non sono qui e m'infastidisce
sapere che un giorno volli restarci per trovarti
e udirti cacciare poco a poco lo sconforto
seminare a metà un campo di verità,
accorciare la distanza che separa l'abbraccio
ascoltare che ti pronunciavi contro l'ottusità,
schivare ogni dardo che mi colpisse in centro
però qualcuno mancò, confesso che ho mancato,
perché spesso ci si ripara nei suburbi,
ci si veste di trepidazioni, di fughe, di dintorni
e forse sei arrivato e ti mancava qualcuno
e forse sei fuggito via
perché non mi hai incontrato.


Foto di copertina Federico Oña Álvarez

giovedì 30 agosto 2012

NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE– commento di Piera Mattei


Sfogliando l'intenso piccolo libro, dalle belle pagine ingiallite, "Cento giade del tesoro di Kung – Antologia di filosofia confuciana a cura di Piero Grosso" m'imbatto in un pensiero che troppo somiglia al pensiero che impietoso, di questi tempi, mi viene incontro ogni mattina, appena apro la radio sulle notizie del giorno:


Quando colui che presiede a uno stato o a una famiglia fa della ricchezza il suo scopo principale, egli deve essere sotto l'influenza di un essere malefico.
Questo essere egli potrà forse ritenerlo buono, ma il fatto è che se una persona simile è impegnata nell'amministrazione di uno stato o di una famiglia, questi ultimi saranno ben presto colpiti a un tempo dalle calamità della natura e dalle ingiurie degli uomini. E anche se un uomo buono sarà chiamato a rimpiazzarlo, non riuscirà a rimediare ai malanni già avviati.
Ciò spiega il detto che uno stato non deve considerare il profitto finanziario come un profitto reale, ma deve ritenere profitto reale la giustizia.
(Tseng Tse 505 - 437 a.C.)

lunedì 16 luglio 2012

Dedicato a Istanbul 2







NAZIM HIKMET
[La poesia d'amore più bella, con foto di Piera Mattei]

Se per i buoni uffici del signor Nuri spedizioniere

Se per i buoni uffici del signor Nuri spedizioniere
la mia città, la mia Istanbul mi mandasse
un cassone di cipresso, un cassone di sposa
se io l'aprissi facendo risuonare
la serratura di metallo: dccinn...

due rotoli di tela finissima
due paia di camicie
dei fazzoletti bianchi ricamati d'argento
dei fiori di lavanda nei sacchetti di seta
e tu
e se tu uscissi da lì

ti farei sedere sull'orlo del letto
ti metterei sotto i piedi la mia pelle di lupo
con la testa chinata e le mani giunte starei davanti a te
ti guarderei, gioia, ti guarderei stupito
come sei bella, Dio mio, come sei bella
l'aria e l'acqua d'Istanbul nel tuo sorriso
la voluttà della mia città nel tuo sguardo
o mia sultana, o mia signora, se tu lo permettessi
e se il tuo schiavo Nazim Hikmet l'osasse
sarebbe come se respirasse e baciasse
Istanbul sulla tua guancia

ma sta' attenta
sta' attenta non dirmi "avvicinati"
mi sembra che se la tua mano toccasse la mia
cadrei morto sul pavimento.

(traduzione di Joyce Lussu)

mercoledì 11 luglio 2012

QUELL'INFANTE "in interiore homine" di Piera Mattei


Franco Ferrarotti – L'anno della quota 90 – Empiria 2012
Quanta affettuosa ironia, nelle pagine in cui Franco Ferrarotti rivive e naturalmente reinventa la sua primissima infanzia! Nato, il piccolo menagramo, nell'anno della "Quota novanta", tempi di finanziari disastri, molto simili ai nostri giorni.
L'autore gode nel rientrare in quel museo della sua mente, in quel luogo che non c'è più, che è la grande casa contadina in cui è nato e nell'altra simile casa dei bisnonni, creature ruvide e taciturne, che lo ospiterà nei primi anni di vita.
Entra in quella casa tutto solo, indisturbato ormai, con il suo occhio penetrante, con lo sguardo di un individuo adulto che ha fatto dell'intelligenza e della fantasia, dell'inesauribile gioco intellettuale, la sua principale passione. E quel suo godimento, quella passione, riesce a comunicarla al lettore.
Siamo trascinati a seguirlo nella creazione di un mito, che certamente ha corrispondenze con la realtà, ma diventa mito nel momento in cui è cantato sulla pagina, con accensione che non esiterei a riconoscere come poetica. Dunque, c'è un tema centrale nel racconto di questa infanzia, la storia di una piccola creatura malata, nel gergo veterinario si chiamerebbe lo scarto della cucciolata, che quasi abbandonato dai genitori disperati di ricuperarlo, cresce, più che accudito e educato, appena sorvegliato da questi antenati, antichi ormai, nodosi e soprattutto silenziosissimi, imparando liberamente a usare le sue corde vocali, emettendo suoni anche stranissimi o "ineducati", utilizzando come vuole i propri sensi per capire lo spazio, gli oggetti intorno. Ma l'amore, per quanto inespresso, certo non gli è mancato. Credo ci sia una grandissima forza nel breve capitoletto in cui l'autore racconta dei due lenti abbracci rituali di Ursula, la bisnonna, al mattino e alla sera prima di coricarlo. C'è un grande affetto contenuto che forse l'ha davvero nutrito, in quel nome appena sussurrato "Francu, Francu".
Nel libro questo tema centrale del bambino che cresce solitario, libero e forse (ma non lo sa) felice, tende a mutarsi in basso continuo, sul cui sottofondo s'innestano temi dalle variazioni infinite, sempre sapienti – le famose ferrarottiane digressioni. Dentro quelle, quasi dentro un coloratissimo caleidoscopio, ci trascina la mente, tendenzialmente sempre squadernata su una personale originalissima enciclopedia, del nostro autore.
Dunque questo infante–Franco–Ferrarotti (Francu) si affaccia alla coscienza del nostro autore. "Sclama" è vero, ma avrà le sue ragioni. Profondamente è amabile, curioso, ed è bello seguirlo, osservarlo non visti mentre solitario si aggira, a livello del suolo, si ferma, testa, assaggia, senza essere ostacolato da bruschi divieti. È il caso o una catena di concause che sta creando la creatura che per sempre abiterà, protetta e compresa, "in interiore homine", dentro l'adulto che inesorabilmente diventerà.

Sempre li reinventiamo, e li amiamo così come li abbiamo ricreati, come fossero altro da noi, questi "noi stessi-altri", noi come eravamo quando ancora non eravamo, quando eravamo diversi, non più ovuli, embrioni, già creature che abitano lo spazio esterno ma senza ancora conoscere, muovendosi per imparare a muoversi. Si affacciano da soli, ci costringono a ripercorrere le tappe essenziali della nostra storia personale, a osservarli con curiosa affettuosità, sempre scoprendo qualcosa di nuovo, che conoscevamo perfettamente, nei dettagli, come impresso su una pellicola, e insieme ignoravamo.

Ascoltando il professor Ferrarotti parlare con sorridente ironia e divertito distacco – con amore – del piccolo Franco, ci pare di capire che si senta un po' come il padre di quell'infante (qui in senso etimologico), che lui é stato. Ci viene da pensare che quello, il bambino libero per mancanza di cure, con i suoi lenti personali ritmi di apprendimento, lui e non altri, potrebbe essere "il figlio diletto" nel quale l'adulto carico di cultura e esperienza che è diventato, si riconosce e si "compiace".

Di seguito riportiamo alcuni passi dei capitoli II e VI del libro:

Franco Ferrarotti da "L'anno della quota 90"

II

Il Po mi ha cantato la ninna nanna


Sono dunque nato nel Comune di Palazzolo Vercellese. La partita sembra chiusa; sarebbe bello, ma non è così. È ben vero, infatti, che sono stato registrato negli uffici anagrafici del piccolo comune di Palazzolo in provincia di Vercelli, l’antica Vercellae, Vercellarum, illustrata dal Sant’Andrea, splendida basilica che mira all’impossibile congiunzione dello stile gotico con quello romanico. Ma io sono nato, a voler essere precisi, non dico pedanti, a Palazzolo, ma non proprio in Palazzolo, bensì piuttosto fuori mano, a una certa distanza dal paese, in una località sita fra il paese e il Po, nella cascina chiamata «La Fornace», luogo, come si può facilmente arguire dal nome, di grandi ardori. Purtroppo, pare che non esista più, forse autoconsunta. «Deve esserci nato un menagramo», avrebbe mormorato o mugugnato il padre al mio apparire. Correva infatti l’anno 1926, il tragico anno della Quota Novanta. Sta a vedere – soggiungeva a denti stretti il genitore – che, se andiamo avanti così, costui è piovuto giù non dalle nuvole. Ci è arrivato addosso dall’inferno. E invece no, dirà la comare, anche lui è uscito da un ventre di donna, attraverso quel meato uterino che conosciamo tutti così bene; è nato ed è stato partorito come tutti gli altri. Del resto, quell’uscita non proprio trionfale e, anzi, alquanto tribolata, la ricordo molto bene, acido lisergico adjuvante. Sono nato, in effetti, in Piemonte, nel territorio di Palazzolo Vercellese, in località detta «La Fornace».
Ma dove, precisamente, sono venuto al mondo? In ospedale? In clinica? Non mi si faccia ridere. All’epoca si veniva al mondo nel letto grande dei genitori, nel lettone a due piazze, senza tante storie, nel luogo stesso in cui si era stati concepiti. La Nena Linda, levatrice di generazioni, provvedeva alla bisogna; acqua bollente, asciugamani grandi, appena usciti dal bucato, eccetera. A che ora? Di giorno o di notte? Mia madre sosteneva, con la sua famosa cocciutaggine, alle tre del pomeriggio, del venerdì santo, mentre si sentivano i «botti», cioè i rintocchi che accompagnavano la morte del Salvatore.
Ma il luogo dove io sono nato, ormai quasi un secolo fa, non c’è più. Sono venuto, letteralmente, dal nulla. Il posto se l’è portato via il Po, in una notte di tuoni e fulmini. E di malumore. Amare un fiume, come io ho sempre amato il Po, il suo quieto scorrere, ma anche le sue notti agitate, sembra incongruo. Amarlo, ma anche temerne gli umori; spiarne i cambiamenti improvvisi, i sussulti, i temuti, pericolosi, spesso fatali «mulinelli», sfiora il masochismo.
Non funzionavo. A sei mesi, e ancor prima, mi davano per spacciato. Nel mezzo della crisi determinata dalla sciagurata «Quota Novanta», nella famiglia allargata, ero diventato un peso insopportabile. Piangevo e mi lamentavo, «sclamavo» giorno e notte, per settimane. Si decise di mandarmi a Robella, dai bisnonni Ursula e Battista. L’aria era buona, migliore di quella di Palazzolo. Non ci voleva molto. Quella plaga al di sotto del livello del Po ne costituiva l’isola di sfogo. Robella era meno umida, la sua aria di ostinata «ribelle», o «rubella», era purificata dal bosco.
[...]
Ho sempre amato il Po. Compagno fedele. Musica dell’infanzia. Ma, come forse in tutti i grandi amori, c’è sempre la percezione di una minaccia, l’imprevedibilità dei comportamenti, la capricciosità delle reazioni. In un grande amore non c’è mai nulla di scontato, nulla che possa venir considerato garantito o gratuito. Passione e rottura sono presenti sempre. La qualità dell’onda è mutevole. Cambia il vento e la superficie liquida s’increspa. Cresce il livello e la carezza che lambisce si trasforma in uno schiaffo limaccioso che flagella. La minaccia del fiume, le alluvioni notturne. Esondazioni e inondazioni. La notte della grande fuga verso le colline. Ma non sempre ci sono colline a portata di mano. La pianura è piatta. L’acqua preferisce la posizione orizzontale. Si riposa. Riflette, calma, il cielo.
[...]

VI

Vantaggi della taciturnità e del ritardo mentale


I bisnonni ti vogliono bene, ma non ti parlano. Credono, con qualche buona ragione, che sia tempo buttato. Ma così consentono al bambino di parlare la sua lingua incomprensibile, inventata lì per lì, fatta di interiezioni e brevi esclamazioni, a seconda dei casi, e delle imprevedibili espressioni, scarsamente articolate, di sorpresa, dolore, disappunto, spavento, allegria. Non c’è conversazione. Non c’è scambio linguistico. Il mondo adulto, con la sua grammatica e la sua sintassi, è meravigliosamente lontano, assente. L’ordine del discorso ha da venire, se mai verrà. Ci sono i suoni, i rutti, le raucedini, le pernacchiette, i piccoli gridi di sorpresa.
Nel bambino non c’è la volontà del sapere. C’è solo il gusto, la curiosità del non ancora saputo. Mio Dio! Il bambino non sa niente. Tocca tutto. Vede con le falangi. È immerso nella obnubilata incoscienza del minerale. Non sa che si sta preparando il suo destino. Chi mai potrà raccontare le lunghe grigie giornate invernali della primissima infanzia, deliziosamente fredde, congelate nell’intemporale immobilità di una contemplazione assorta e stupefatta?
Michel Foucault è presuntuoso. L’ordine del discorso nasce dalle macerie. È un atto di censura. D’accordo. Solo l’infante può superare indenne l’interdetto. Il suo balbettio è così creativo, inedito, originale che gli adulti, monopolisti del potere, non sono in grado di capirlo. Ci sono più fonemi nella gola e nelle corde vocali del bambino di quanti si sogna nei trattati dei fonologi. Nelle buone famiglie, specie in quelle in cui trionfano le buone maniere e la mezza cultura, al bambino si proibiscono per tempo certi gesti e certi suoni. Vige la censura della parola «brutta» anche se naturale, primordiale, a suo modo autenticamente selvaggia, ma che non va detta in compagnia.
Nel silenzio ampio e nella sconfinata solitudine del mondo contadino di una volta, il bambino si esercitava, naturalmente, senza proporselo, a imitare i suoni che avvertiva, animati e inanimati. Ma nessuno, per me, era lì ad impedirmi di emettere anche suoni «osceni», rutti, scorregge. Un fonologo di straordinaria acutezza ha formulato in proposito la domanda fondamentale: «Qual’è mai la relazione tra le esclamazioni, sia infantili che adulte, e le lingue in cui sono pronunciate?» In un certo senso le interiezioni sembrano rappresentare una dimensione comune a ogni lingua in quanto tale, poiché sarebbe difficile, se non impossibile, immaginare una forma di linguaggio che ne fosse priva. D’altra parte, le esclamazioni denotano necessariamente un’eccedenza nella fonologia di una lingua singola, poiché sono composte di suoni specifici per definizione non contenuti altrimenti nella lingua. Gli «elementi fonologici distintivi anomali» sono, in breve, contemporaneamente inclusi in una lingua e da essa esclusi; più precisamente, sembrano inclusi in una lingua proprio in quanto sono esclusi da essa. Equivalenti fonetici di quelle entità paradossali che la logica degli insiemi ha bandito dalla propria disciplina all’atto stesso della sua fondazione, i rumori delle esclamazioni costituiscono gli «elementi» interni a ogni lingua che appartengono e non appartengono all’insieme dei suoi suoni. Sono i membri sgraditi ma inalienabili di ogni sistema fonologico, dei quali nessuna lingua può fare a meno ma che nessuna riconoscerà come propri.
Che tali elementi fonetici siano meno «anomali» di quanto potrebbero sembrare, lo suggerisce nientemeno che un pensatore e creatore di lingua quale Dante, affermando – nel suo incompiuto trattato sulla lingua, il De vulgari eloquentia – che, dalla Caduta di Adamo in poi, il discorso umano è sempre iniziato con un’esclamazione disperata: “Heu!”. (Quindi con un’espressione la cui forma scritta contiene almeno una lettera rappresentante un suono che doveva essere assente dal latino medievale noto a Dante: la consonante aspirata pura h). Il suggerimento del poeta è degno di essere preso in seria considerazione. Cosa può significare che la forma primitiva del linguaggio umano non sia un’asserzione, una domanda, una nominazione, ma un’esclamazione? Presa troppo alla lettera, l’osservazione di Dante rischia di essere fraintesa, poiché non definisce tanto le condizioni empiriche del discorso, quanto quelle strutturali che consentono la definizione del linguaggio in quanto tale. Queste condizioni sono quelle dell’interiezione: appena è possibile un’esclamazione, suggerisce il poeta-filosofo, può esserci una lingua, ma non prima; una lingua in cui non si potesse gridare non sarebbe affatto una lingua umana. Forse perchè l’intensità del linguaggio non è mai maggiore che nell’interiezione, nell’onomatopea, e nell’imitazione umana di ciò che non è umano. Mai una lingua è più “se stessa” che quando sembra abbandonare il territorio del suo suono e del suo senso, assumendo la forma fonica di quanto non ha – o non può avere – un linguaggio proprio: versi animali, rumori naturali o meccanici. È qui che una lingua, gesticolando oltre se stessa in un discorso che non può dirsi tale, si apre alla non-lingua che la precede e la segue. È qui, nell’emissione di quegli strani suoni che i parlanti si ritenevano incapaci di produrre, che una lingua si manifesta come una “esclamazione” nel senso letterale del termine: un “chiamar-fuori” (ex-clamare, Aus-ruf), oltre o prima di sé, nei suoni del linguaggio inumano che essa non può né completamente ricordare né del tutto dimenticare» .
Che fortuna non avere troppo solerti genitori, governanti o balie, più o meno asciutte, che per tutto il giorno ti dicano ciò che si può dire, e come vada detto, ciò che non si può dire nella maggioranza dei casi e ancora ciò che non va neppure pensato. Ma esiste forse una gioia più grande, per la curiosità dell’infante, che giocare, rimescolandone gli elementi costitutivi, con le proprie scorie liquide e solide, e con la dolce, melmosa tenerezza del fango e della polvere?
[...]

Ho cominciato a parlare tardi, e solo con difficoltà e rari squarci vocali. E ho cominciato anche più tardi a camminare eretto. Ho sempre, istintivamente, preferito le quattro zampe, vicino a terra, più comode, certamente più sicure, meno esposte al rischio di perdite di equilibrio, di sbandamenti e di cadute, talvolta, rovinose. Ho cominciato a parlare alquanto scioltamente solo verso i quattro anni. Ma da sempre, fra me e me, continuavo a borbottare: un insistente balbettio, con suoni strani, con molte ü e ö, che più tardi mi avrebbero aiutato in modo decisivo nella pronuncia del francese e del tedesco. Creatività inconsapevole del balbettio infantile, così spesso e stupidamente censurato, con le migliori intenzioni, dal mondo adulto e dalle scienze pedagogiche.
È il mondo della taciturnità. La bisnonna Ursula ti abbraccia, senza stringere, tutte le mattine. E poi, la sera, prima di andare a letto. Detto più precisamente, prima di infilarsi fra le lenzuola, scivolare nella busta. Ma senza dire parola. Al più, borbottando, sussurrando il mio nome, che è un breve, misero bisillabo: «Francu, Francu». Le parole sono surrogate dal linguaggio del corpo. Gli occhi. Gli abbracci. Le mani ossute e nodose che ti accarezzano come se ti spazzolassero.
Il bambino parla con gli insetti, con gli animali, con se stesso animale fra gli animali di mezza taglia. Se nessuno ti regge, e tu non stai dritto sulle gambe tenere, non cammini, che fai? Ti limiti a gattonare, riduci i rischi. Errando a quattro zampe, si stabiliscono amicizie, legami piuttosto profondi con gli insetti, piccoli animali, rapidi e furtivi. Si sa che questo accade ai detenuti per lunghi periodi con uccelli attirati alle inferriate, vermi, topolini.
[...]
La vita dell’infante trascorre, l’inverno, fra la cucina e la stalla, luoghi caldi di un caldo naturale, accoglienti, in cui si mangia, ci si riempie e ci si libera, si evacua. Ma la cucina non è il miserabile cucinino degli appartamenti di oggi. È uno stanzone immenso, un vasto antro degno di Polifemo, una sorta di tempio, e la stalla, d’altro canto, è il rifugio nelle brumose serate invernali, dove si raccoglie la convivialità e si celebra la fratellanza fra animali umani e non umani, si raccontano storie antiche e si lega così il passato al presente, si preannuncia e si pregusta l’avvenire. Cucina e stalla, dunque, cibo e calore umano, convivenza e processi fisiologici.
Nell’era del «precotto», la cucina è stata dapprima ridotta a sgabuzzino per riporvi scope, piumini e arnesi vari, e quindi degradata ad «angolo-cottura». Le cucine di una volta erano tutt’altra cosa. La mia cucina del «castello» di Robella era un salone immenso, con volta a cattedrale e un camino sempre acceso, che occupava, praticamente, tutta una parete e mestoli e casseruole di varie dimensioni, padelle di rame lucido e trecce di aglio e cipolle, salami, interi prosciutti impiccati, per così dire, allegramente appesi, impudicamente pendenti dall’alto soffitto, affumicato e variamente istoriato, tanto da far pensare ad una sorta di laica, godereccia Cappella sistina. La cucina era il cuore della casa, il luogo deputato alla preparazione, laboriosa e odorosa, del cibo ma anche alla sua tranquilla, protratta consumazione, debitamente aiutata da libagioni generose, risate omeriche, rutti, fiati posteriori. Forse non poteva neppure immaginare quanta ragione avesse il filosofo Ludwig Feuerbach quando affermava, con teutonica burbanzosità, che «Mensch ist was er isst» (l’uomo è ciò che mangia).

giovedì 21 giugno 2012

Dedicato a Istanbul




I due artworks che aprono questo omaggio a Istanbul sono opera di Erkut Tokman, poeta e artista turco, splendida guida durante una giornata di primavera in quella città che, per dirlo ancora una volta con le parole della poesia che segue, cancella i superlativi che affiorano in superficie. A Erkut è dedicata la poesia.



COL SOLO TATTO TI ASCOLTA (Istanbul)


per Erkut Tokman

non ti guardano
tu li guardi e non rispondono
protetti nella loro felicità estenuata
– i cani di nessuno li riconosci
hanno un contrassegno metallico all'orecchio
un orecchino ben visibile
come sapessero dai libri
di antica appartenenza
di nobile orfanità

secoli di silenzi s'abbattono sul Bosforo
si slanciano dal ponte d'Ataturk
dagli scogli e dalle rive –
dai corpi snelli
che indovini nei pastrani
– de virginibus velandis –
credi di riconoscere le figlie dell'harem,
–oh le madri fanciulle
per l'acuta bellezza rapite
fino negli entroterra!
– così di loro puoi ragionare
insinuare muta
affinità sottintesa
nel loro vocìo smorzato



ti spingi oltre –
Istanbul
neonata nell'aria
col solo tatto ti ascolta
cieca proprio come un neonato in esplosione di vita
– tu senza parole
la stai ascoltando mentre col rosso
di un tramonto dietro il Corno d'oro
(da cartolina, sì)
va cancellando dal vocabolario
i superlativi che affiorano in superficie
– con ginocchia piegate
e piedi piagati
impone il silenzio in una pausa estatica

ti spingi oltre –
ritrovi un Oriente nell'adolescenza
affrontato col presente cruento dei verbi
dove non c'è mai sosta
dove tra balenii metallici di scudi
cade talvolta la palpebra sull'orbita vuota

così ti spingi verso Roma imperiale
alla porta dell'Oriente tra cupole e minareti
– ma soprattutto gli odori
nell'aria che ti accarezza le braccia
sono l'accoglienza alla straniera
l'invito alla turista stordita
dove ogni gesto
è familiare
i volti fraterni
– e mai impronunciabili sono i suoni
di una lingua
del tutto incomprensibile
(forse è lì la risposta?
in un suono la cui estraneità
non t'offende?)

l'anziana mendicante offre una caramella
per un'elemosina
ragazzini selvatici col dorso della manica
coprendosi il volto
per una lira
ti consegnano un pacchetto di fazzoletti
mercanzia leggera da sollevare
quando lasciano le scale del ponte

ma al ponte di Galata
dalla balaustra in folla gettano lenze
perché c'è speranza nel mare
e straripano le strade – vanno
in correnti misteriosamente regolari
schiere compatte di storni
senza mai urtarsi

PIERA MATTEI

giovedì 19 aprile 2012

novità Gattomerlino – Figlia d'Adamo di Debora Greger







Il nucleo della poesia di questo libro vede dunque al centro della scena un'adulta, negli anni Novanta dello scorso secolo, che nella sua poesia interpella quanti erano i responsabili delle scelte gravissime della politica e della scienza, negli anni della sua infanzia. Li interpella senza risentimento ma con un'ironia tagliente, che chiede conto non tanto della malafede, quanto dell'incoscienza:

Golden Deliziose: avevo mangiato del frutto
della conoscenza del bene e del male
ma i miei occhi non si erano aperti, non ero dio.

*****
"Ha bevuto latte da bambina?"
mi chiederà il dottore, la voce della ragione.
"Il latte della fattoria sottovento?"



Quanto rende tuttavia indimenticabile questa poesia è quel profumo di deboli fiori forzati a fiorire, quel paesaggio polveroso nel quale si aggirano come fantasmi greggi senza pastore – greggi, si saprà poi, comprate al pastore e nutrite con erba contaminata, per scopi "scientifici"– le radici che si spingono nel suolo "comunque" alla ricerca del loro nutrimento, i frutti ostinati. E quel modo di rivedere la realtà, nei dettagli e anche nel suo moto fisico, non al microscopio che sarebbe inadeguato, ma tramite un ciclotrone, il mezzo che permette di conoscere, come lo si vedesse, il movimento dell'invisibile:

Fuori una foglia prese tempo per cadere, angelo ribelle,
giù attraverso il pavimento ben lucidato del cielo,
fino all'irragionevole deserto di polvere.

Lì fuori da qualche parte l'uranio si scompose
in figlie-particelle instabili.
Oh vita che si scompone, oh eternità

*****
con l'appena percettibile, sacro blu del decadimento atomico,
madre verso figlia, l'uranio anelava a essere piombo.


(dalla nota critica di Piera Mattei)




Il Paesaggio della Memoria


Richland, Washington

Sono cresciuta in un deserto. Un deserto di ritorno, di seconda nascita: i primi coloni, allevatori e coltivatori, furono costretti dal governo a partire negli anni quaranta, per dare posto al più grande segreto bellico, la costruzione della centrale atomica di Hanford. La centrale, benché neppure chi ci lavorava lo sapesse allora, fabbricò il plutonio per la bomba sganciata su Nagasaki. La squadra del liceo si chiamava "The Bombers". Intorno al sigillo della scuola c'era una nuvola a fungo.
Mio padre si occupava della sicurezza. Non sapevo cosa facesse per vivere. Sapevo solo che prendeva l'autobus per andare nel deserto ogni giorno, come ogni altro padre che conoscevo.
A cena ci avrebbe talvolta raccontato cosa aveva visto nella sua trasferta di quaranta miglia: conigli, cervi, lupi delle praterie, capre inselvatichite. D'inverno le capre si riparavano lungo un terrapieno rimasto lì dove c'era stato un agglomerato urbano, quegli argini di cemento essendo troppo spessi per essere demoliti. Forse lui ci parlava di queste cose perché non gli era consentito parlare del suo lavoro.
Sono cresciuta nel vento. Vento nei pioppi neri della cinta intorno, quindi dentro le pareti della casa o a riempire i vestiti, portando sabbia. Amaranti arrotolati e trasportati dal vento, giù per strade che avevano il nome di ingegneri militari defunti, su lungo quelle con il nome di alberi di un mondo più verde. Passavano davanti alle scuole che prendevano il nome da uomini bianchi che strapparono questo remoto angolo dell' West agli indiani. Passano la strada col nome della loro guida indiana e a quella col nome del capo che sconfissero e non uccisero. Passano davanti all'atomo di neon che ruota sopra l'Uptown Theater, la città "di sopra ", sogno sconclusionato, un solo isolato di negozi a due isolati a nord dal "centro" e il suo gruppetto di rivendite. Passano la strada del Bowling, i Sentieri dell'Atomica.
Questo è il paesaggio rispetto al quale tutti gli altri risultano deludenti. Le colline spoglie: stravaganza di marroni e grigi. I marroni argentati. I grigi ottone, rame e oro. Il Bois de Boulogne, le colline dell'Umbria, persino Seattle appena al di là delle montagne: troppo verdi, troppi alberi. I "canyons" di Manhattan: troppe cose da vedere, non riesci a vedere niente. Richland aveva cielo più di quanto fosse necessario. Il vento era il paesaggio. Il passato cancellato, il presente: polvere. Ne sento quasi il sapore. Dolcemente ne odorava la pioggia. Persino la neve era polverosa. Persino la polvere, per quanto allora non lo sapessimo, era radioattiva.





Breve storia del Sacrilegio
per la Festa dell'Assunzione


Hanford

Cosa sei andato a vedere nel deserto?
Una canna battuta dal vento?
Gli spini sono tornati nella fattoria abbandonata,
ortiche e rovi nella stalla demolita.

Trenta miglia dentro un vuoto ben custodito
fatiche di turni di notte sotto la cupola di contenimento
del reattore, miele da spremere
dalla roccia, olio dallo scisto,

una rosa che fiorisce nel deserto,
la sua nuvola di petali che esplode,
trionfale, da uno stelo di vapore–
no, cosa sei andato a vedere nel deserto?

I vostri padri nelle loro occupazioni
nei loro grembiuli bianchi e scarpe di sicurezza?
Uranio bombardato fino a renderlo dannoso,
le figlie devi cambiarti per vederle,

lì non essendoci niente da vedere?
Sull'orto abbandonato piove radio-iodio.
Una canna battuta dal vento,
cosa sei andato a vedere nel deserto?



Nagasaki

Un agosto mattina, 1945,
cielo vuoto se non per pochi aeroplani,
ali scintillanti, accecanti
nell'obliquo sole del Pacifico,

i fiori di prugna dei paracaduti
di aprivano su una città che si svegliava appena
che nel prossimo soffocato respiro
si sarebbe sollevata in colonna di fumo.

Ma non ancora. Oh, per favore, non ancora
l'areoplano che rapido vira
nella storia, vuoto,
l'acceleratore spinto contro il sole.

Che un missionario provi ancora
inni religiosi nella polvere,
che il lamento funebre della flotta aerea
sull'acqua che brucia sia ancora da cantare

dal coro degli arsi. Che fuoco e zolfo facciano piovere giù
minori flagelli nel benedire
quelli dannati a sopravvivere.



Richland


La chiesa era terribilmente calda. Fiori pallidi, dal profumo
dolciastro forzati a fiorire nel deserto,
erano gli anni Cinquanta, venivano sacrificati
sull'altare laterale ai piedi di legno della Vergine.

I condizionatori ronzavano debolmente.
L'organo provò i suoi polmoni e gemette
coprendo il monotono predicare del sacerdote.
La madre di un'allieva era svenuta ai piedi di lui ben calzati.

Il padre di un'altra aveva lasciato presto la Messa
per il primo turno al reattore.
Chi aveva bisogno dell'intercessione della madre di Dio?
L'angelo Plutonio ci teneva al sicuro.

Così celebrammo la nuova festa di precetto,
l'assunzione della Vergine in cielo,
non più opinione probabile,
che negare sarebbe bestemmia,

ma "desegretato" infine,
il suo corpo non più top secret,
da tempo sparito da una tomba sconosciuta
giustificato dai dottori della chiesa

che avvolsero un vuoto sudario attorno alla loro intelligenza:
il suo corpo fu trasportato in cielo su una nuvola,
era ormai ufficiale,
proprio come l'eretico aveva scritto molto tempo prima.

mercoledì 18 aprile 2012

Stefania Rabuffetti – poesie da "Libertà vigilata"


“Cos’è per me la Poesia?”

Ho iniziato a scrivere poesie per caso, poi è diventata una necessità. Per tirar fuori un mondo segreto che aveva bisogno di venire alla luce e per liberarmi dai demoni che mi abitavano dentro. Oggi la scrittura si è trasformata in una dipendenza, una droga malata. È per me libertà e schiavitù al contempo: non riesco a vivere senza scrivere, non riesco a scrivere perché sono incapace di vivere.




PER VENIRE DA TE


Per venire da te
ho perso il filo del tempo
l’orlo di un discorso imbastito
ha ceduto la lampo al vestito
in un dubbio di vento
il tacco è affondato
nell’asfalto infuocato
lasciandomi in equilibrio precario
il foglio con pensieri da aggiungere
è caduto di mano
inghiottito dalle labbra d’acciaio
di un tombino affamato.




NON SO VIVERE NEL MONDO


Non so vivere nel mondo
perché lui è tondo
e io quadrata
a ogni movimento batterei
di spigolo
portando a casa un gomito
o un ginocchio leso
il mondo gira
e io sono ferma nelle mie paure
angosce stagnanti
che mandano gli oceani alla deriva.




PIANETA SMARRITO


Sono un pianeta smarrito
caduto a terra
che tu hai raccolto
sono lontana anni luce
dalla maglia celeste
dal buco sottile
lasciato nell’universo
sono diversa
da quello che cerchi
un cratere piagato
da pensieri fissi
una massa intoccabile
dalla mano allungata del tempo.





SOLITUDINE


Solitudine
tu che bussi alla mia porta
senza mano
che arrivi con le scarpe
del silenzio
tu che vuoti angoli di luce
che ti appendi alle tende
delle lacrime
tu che scrivi pagine imbiancate
che ti posi sulla forza
che si spezza sottovoce.



FESSURE


Ride e si aprono ai lati
delle guance due piccole fessure
lo spazio circolare di matita
da saggiare con un dito
bottoni simmetrici
nelle pieghe di un sorriso
che si scuciono dal viso
quando l’allegria sparecchia
con la serietà del volto.


LO SO


Lo so che io spavento
forse per lo strano impasto
di anima e chimica
che mi forma
che mi vive dentro
per il pensiero
in costante ammutinamento
per voler procedere in senso antiorario
per dire a ogni costo il vero
anche se scotta
ribolle nella pentola del vivere
dove tutto si rimesta
e la verità rimane a fondo
lo so che sono scomoda
perché agisco per istinto
seguendo come un’ombra
l’impulso primitivo
che mi lancia come boomerang
sulle cose da cambiare
strappando solo attimi di vento
e piegata sulle mie complicazioni
mi chiudo nello spazio di me stessa.

domenica 1 aprile 2012

Novità Gattomerlino – Regina del silenzio di Anonimo scienziato





Regina del silenzio si muove in un’atmosfera quasi
atemporale: un’esaltazione amorosa, un sentimento
forte, radicato nel corpo, nato da “un nulla”, nella
chiara coscienza di questo nulla. Nessun riferimento a
luoghi, a vicende storiche. In mancanza di precise in-
dicazioni, risulta difficile una datazione, anche se
chiari indizi collocano questi versi a molti anni da
quelle poesie giovanili del nostro Anonimo scienziato,
raccolte dalle edizioni Gattomerlino in Dicembre 1947,
dove la data era diventata addirittura parte integrante
del titolo.


.....

Regina del silenzio è un poemetto da cui altri critici
potranno forse trarre significati nascosti, addirittura al-
lusioni, allegorie. Qualcuno vi leggerà il gioco, il ten-
tativo di seduzione. A noi piace presentarlo così, come
un’effusione, un canto sincero, che ripete l’eco di let-
ture e modelli letterari profondamente assimilati e
amati. Modelli classici che l’Anonimo autore rein-
venta e rivive, nella propria originale, ribelle e persino,
a tratti, scandalosa o scandalizzante, sensibilità, per
dare parole a una gelosa e muta ferita
.





Novembre arriva al professore insonne
Brividi umidi
Farà paziente la toilette al giardino
Esame di coscienza speculare
Occhi lucenti fendono il buio
Nella bruma autunnale del mattino
I denti forti quando sorridi obliqua
D’una cerbiatta in calore allineati
Merli di fortezza inespugnabile
Foglie morte rossastre
Moquette
D’antichi parchi
Stinta
Odor di decomposta
Materia inerte
Taccio nel silenzio solo struscio
Il piede avverte la resistenza
Di terriccio amorfo
Amore di lontano
Troppo m’hai dato
Il tuo nulla è immenso
Casto contemplo un universo guasto
Lento m’avvio alle portiere aperte
Tossisco debolmente ripensandoti



REGINA DEL SILENZIO


Vedo i Tuoi occhi la Tua mano santa
È forse un’illusione o forse un nulla
Io canto questo nulla che m’incanta

Scruta il mio corpo scrupolosamente
Vergine mia dagli occhi lucenti
La Tua carne m’è scala alla Tua mente

Scocchi infine per me il Tuo dolce invito
Non procreare né puro godere
Amare per amare all’infinito

Amarti lentamente pregustando
Un bene che nel tempo s’allontana
Con Te dentro di me vivo danzando

Se pur dovessi un dì per sempre andare
Da te lontano terra di delizie
Dolce sarebbe in Te pur naufragare

Morirti tra le braccia una mattina
Di primavera acerba rugiadosa
Dolce spirar baciando la taschina

Avvinto alle Tue membra io già vibrai
Nessuno s’avvicini alle Tue braccia
Camminerò con Te ovunque andrai

Ti penso nella notte penso forte
La notte scorre indifferente al buio
Per me Tu vali più che vita e morte

Anima mia cuor sincronizzato
Espanditi a coprirmi fin che vivo
Il Tuo profumo m’ha tutto inebriato

Delle tue eburnee braccia io devoto
Schiavo mi sento per il tempo mio
Abbracciami Ti prego colma il vuoto

Eletta mente sangue del mio sangue
L’amore di lontano è una tortura
Vieni a curar quest’anima che langue

Gaudio carnale e intellettuale insieme
Ad esplorar m’aiuti il cuore umano
Dell’avvenire nei Tuoi occhi il seme
.....

Novità Gattomerlino – L'abitino blu di Reginald Gibbons



WORSHIP


I saw him walk down to the pew
where she was sitting at the aisle

I saw him touch her shoulder
carefully, as if it had thorns

I saw her turn her surprised face up to him

I saw him lean down toward her
and in front of everyone
just as the service was about to begin
and the organist was finishing the introit
I saw him kiss her on the mouth

Then he turned and walked back
up the aisle and out of the sanctuary

He wasn't one to come to services very often

She sang the first hymn so loud

My God, her lips


HOPE


Cold wind in northern April,
nothing green yet

An orphaned world

A deep repeated note, which
if I could only hear it
would sound I am sure like
it was struck on a harp

When I was walking
I happened to look up into the bare trees

Only from where I was, just then,
could I have seen the high
more-white-than-white snow
in a shallow raw trough of pale wood
where a big limb had been
broken off by the weight of ice
during the winter we had almost left behind

A little pillow
of snow when the late snow
everywhere else had melted

A cold purity

And inquiring from a buffeted higher branch
pitching in the wet spring wind, a crow



ADVENTURE


Fucking a middleweight boxer, lying under
his body as hard as wood
till it's softened, lying on you,
your thrill the wonder of his being
gentle, careful, tender with you when
he could be a little harder,
that would be OK, he could push
you a little farther, but nothing
like hit you, no way, he could have hit you,
I'm sorry, already and hurt you badly but
that's not him at all, he's completely
the opposite—yes, quick and determined and even
after being hit in the face still smart in the ring
but in bed quiet, slow, needing encouragement
and yet you know there's always that chance
that that's the real him, that other one whom
you do adore, you see the look in the eyes
of the men and women watching him fight,
they love him or don't care about him or hate him
but they look, they watch, he has
the courage to get up in there and try to hurt
without being too hurt, with his own and only body
and no weapons, no place to hide, just
his gloved hands, these hands that grasp
your shoulder, palm your breast, move
over you and into you, you pull him down
onto you, you pull him to you with every
bit of your strength that's small compared to his
but enough to make him gasp and give up,
he won't win this one, if it's a contest
and maybe it is, you will, and he could
have hurt you any time, any time, but he didn't.


Servizio religioso

Lo vidi che entrava nella navata
al banco dove lei stava seduta

Lo vidi che le toccava la spalla,
con circospezione, come vi fossero spine

Vidi lei alzare verso di lui il volto sorpreso

Vidi lui inchinarsi su lei
e di fronte a tutti
nel momento che la funzione stava per cominciare
– l'organista aveva concluso l'introito –
vidi lui che la baciava sulla bocca

Poi si girò e tornò indietro
alla navata e fuori dalla chiesa

Non era tipo da andare spesso alle funzioni

Lei cantò il primo inno a voce così alta

Mio Dio, le labbra di lei!





Speranza

Vento freddo di nordico aprile
niente di verde ancora

Un mondo rimasto orfano

Una nota profonda ripetuta che
solo avessi potuto udirla
sono sicuro sarebbe risuonata
come pizzicata su un'arpa

Mentre camminavo
per caso guardai in alto tra gli alberi spogli

Solo allora, da lì dove ero,
potei vedere in alto
bianco–più–bianco–della–bianca–neve
nel cavo umido di pallido legno
dove un grosso ramo era stato
spezzato dal peso del ghiaccio
durante l'inverno che ci stavamo lasciando alle spalle

Un piccolo cuscino
di neve quando l'ultima neve
dovunque s'era disciolta

Una fredda purezza

E osservando da un ramo più alto che oscillava
dritto contro il vento dell''umida primavera, un corvo.



Un' avventura

Farsi fottere da un pugile peso medio, stesa sotto
il suo corpo duro come legno
finché si ammorbidisce, disteso su di te,
il tuo brivido, la meraviglia del suo essere
gentile, attento, tenero con te mentre
potrebbe essere un poco più ruvido
andrebbe benissimo, potrebbe spingerti
un po'oltre, certo non colpirti,
no davvero, mi spiace avrebbe potuto
già colpirti e averti fatto male ma
lui non è affatto così, lui è proprio
l'opposto – sì, rapido e determinato e persino
dopo essere stato colpito in pieno viso ancora pronto sul ring
ma nel letto tranquillo, lento, bisognoso d'incoraggiamento
e tuttavia, sai, c'è sempre quella possibilità
che il vero lui sia l'altro, quello che adori,
guarda gli occhi di donne e uomini
fissi su di lui mentre combatte,
loro lo amano, gli sono indifferenti o lo odiano
ma lo guardano, lo stanno a guardare, lui
ha il coraggio di entrare lì e impegnarsi a far male,
senza aver sentito troppo male, con il suo corpo e solo con quello
senza armi, senza ripari, solo le sue
mani guantate, quelle mani che stringono
la tua spalla, che palpano il tuo seno, si muovono
sopra di te e dentro di te, tu lo attiri
a lo spingi contro di te con tutta
la tua forza che è poca in confronto alla sua
ma sufficiente a farlo ansimare e acquietarsi;
se è una lotta, e forse lo è, lui non la vincerà
questa, tu la vincerai, e avrebbe potuto
quando voleva farti male, quando voleva,
ma non ti fece male.

giovedì 16 febbraio 2012

Alessandro Centinario su Vincenzo Anania



TRAME TRA I RAMI DELL'ARIA
Vincenzo Anania è un poeta che ha covato l’uovo della poesia per lungo tempo; comparve sullo scenario ufficiale poetico italiano a circa cinquant’anni (ora ne ha ben oltre settanta), ma vi comparve non in punta di piedi, da circospetto esordiente, bensì con la sicurezza di un linguaggio maturo per sapienza evocativa, e raffinato per elegante arguzia espressiva, che gli valse “da subito” importanti riconoscimenti, come il premio “Alfonso Gatto” per la raccolta “Nell’arco” (Ediz. Crocetti ‘92).
Seguirono svariate altre pubblicazioni, fra le quali ricordiamo “Le ali di Darwin” (Loggia de’ Lanzi, 1999) e “Noi” (Zone Editrice, 2003); parallelamente al proprio discorso poetico ha portato avanti la prestigiosa rivista internazionale di poesia “Pagine”, di sua ideazione.
L’ultima, più corposa pubblicazione è stata la raccolta “Biblioteca” ( “Zone Editrice” 2007) che è una antologia ma non solo una antologia, contenendo anche numerosi inediti: è un libro in cui l’autore rimedita, quasi con elegante distacco, tanto la propria esperienza esistenziale “dentro” la poesia, quanto il proprio linguaggio poetico, distillandone in purezza i salienti motivi di ispirazione.
Il discorso di Vincenzo Anania è però tuttora “in fieri”, ed altre pubblicazioni sono in gestazione ( a breve comparirà una nuova raccolta a cura della editrice “Passigli”)
Il forse principale tratto fisionomico dell’autore, non solo nella “antologia” ma in quasi tutte le raccolte degli ultimi anni, è dato dal sentire la poesia come momento di palingenesi della personalità esistenziale, come se in ogni composizione poetica l’arco vitale venisse per così dire ricapitolato “ab ovo”; riprendo qui la metafora dell’uovo, che “in rebus naturae” è al tempo stesso condensazione di memoria genetica e prefigurazione di nuovo ciclo vitale: così pure in effetti la buona poesia condensa il memoriale del vissuto e fa schiudere aurorali embrioni di senso, come i “pulcini impazienti nelle uova” cari all’autore.
Tutte le raccolte di Vimcenzo Anania possiedono la grazia persuasiva di un piccolo concerto per violino ed orchestra; pare materializzarsi la voce del violino – “naturaliter” elegiaca - intonante un canto che si distende nelle docili vibrazioni d’una coralità orchestrale però sommessa, volutamente sottotono, come nell’aura liricamente penumbratile d’una sospensione fra il monologo ed il dialogo, ove la voce poetante percorre un intimo paesaggio del senso evocato, sovente trasfigurato in sapienti metafore arboree (il melo, il salice, gli alberi del frutteto e quelli del bosco), quasi a ricordare (con Jung e Neumann) che l’albero (nella scura profondità delle radici e nella aerea proiezione dei rameggi) è subcoscienziale congiunzione tra terra e cielo, e cognizione dell’una e dell’altro, tra gravità ctonia ed uraniche trasparenze : “Volo impedito l’albero ospita uccelli fra le sue ali ( ..) stormendo dissimula il rammarico ai racconti d’avventura d’aria”
Così il momento germinale e vegetante dell’anima pulsa ed emerge là dove “ un rampicante ho scoperto / al mio corpo avvinto: esilissimo, un niente, e non sale dalla terra./ Non so quanto vivrà, se covi fiori-io lo poto e annaffio. Ieri/ mi ha punto il cuore.
I paesaggi dell’anima trascorrono dunque dietro le quinte di mutevoli scenari fra le dissodate terre del vissuto e le ideali acque d’una mitica origine (che “rivive sulla pelle del lago” ove si scandiscono “le pause l’incresparsi del respiro”) fra archetipi femminili, liricamente sorgivi o risorgivi, che ci richiamano alla mente l’Anna Livia Plurabelle della Joyciana “Veglia di Finnegan”, e che qui con sapiente affabulazione ripetono l’estetica del mito rigenerativo, quando “a ogni foglia che muore vibra l’anima del mosto”; tutto ciò quasi nell’itinerario di iniziazione ad una sacralità di bellezza che è nel “secretum” e nel “recessus”, come sulle orme di una lezione petrarchesca innervata però di modernissima ed inquieta sensibilità esistenziale, sempre condita di arguzia, ove l’approdo ad una pace non è se non sofferta conquista d’una “reductio ad unum” fra gli sparsi (defluenti, confluenti o refluenti) alimenti d’un “liquido” divenire dell’anima in cerca di un senso, se non di una personalissima metafisica del quotidiano che affiora a quel momento crepuscolare in cui le cose sono sull’orlo del nulla: “Guardai sotto un sasso: da un viavai di formiche una vocina: ciao caro sono dio, come stai?”
La configurazione del testo è sempre calibrata ed elegante, il ritmo disteso e risonante; la struttura della elocuzione poetica - talora discorsiva, ma mai declamatoria - si risolve sempre con una “clausola” icastica, frutto del delicato “rameggio” dei versi che la precedono; a testi “conchiusi”, che modernamente evocano il sapore alessandrino di un “epillion” (come un piccolo favo denso di zuccherina ma equilibrata dolcezza, temperata d’amaro) si avvicendano altri in cui il respiro poetico è più ampio (e talora intriso anche di vibrante ed “onesta” passione civile e politica), e si effonde, sempre con misura, sino ad alludere sapientemente ad un inespresso, che è quanto il lettore deve aggiungere di suo nella viva interlocuzione con una scrittura che a tanto lo intriga e lo invita nella felicità aerea di questo gioco poetico che “sa di valle d’erba offerta al sole”.
Mi piace pensare e dire, di Vincenzo Anania, la stessa cosa che ebbi modo e piacere di dire di Luciano Erba: entrambi, nella loro poesia, manifestano i tratti sia del “puer” che del “senex”.
La dicotomia del “puer” e del “senex” è una intuizione di quello scienziato della psiche, nonché poeta “sui generis”, che fu Gustav Jung, ed è ormai invalsa nel dizionario degli psicologi: i due archetipi hanno valenze simboliche positive e negative.
Sempre secondo Jung, il “puer”, se non s’attarda a confrontarsi con il tempo e con il limite, potrebbe pervenire a figure apicali dell’archetipo, quali un San Francesco, od un Cristo, sorgenti eternamente giovani e inesauribili d’amore e di scoperta; il “senex”, come archetipo psicologico, è a sua volta ambivalente, può essere Saturno, il potere senile chiuso, geloso, avaro, che, invidiando la giovinezza, divora i figli; oppure può essere un Mago Merlino, il “senex” pervaso di esperienza affabulatrice ma con cuore di ragazzo, inventore di fiabe per l’ascolto pensoso dei bimbi e dispensatore di favolosi misteri distillati nel percorso di costruzione di una saggezza sottile, così sottile da essere al confine dell’invisibile, e della buona magia della poesia.
Ecco, dunque, questa “fanciullesca senetudine” di Vincenzo Anania, che con la sua “ironia fantastica” (anche in questo molto in sintonia con Luciano Erba) si diletta ad intessere, con epicureistico distacco, e pur con dolceamaro senso ludico, un dialogo giocoso perfino con Sorella Morte, così apostrofandola “Morte candida volpe, / delle mie colpe indifferente / giudice, tu la pioggia/ e grondaia, io l’operaia / tu l’ape regina / mai sazia così vicina / che tu sembri la carne / io le ossa.”

(Alessandro Centinaro)

domenica 12 febbraio 2012

PREMIO NAZIONALE DI POESIA BAGNI DI LUCCA



Al suo secondo anno il Premio di Poesia Bagni di Lucca, un’antica ed attiva stazione termale in una splendida verde vallata abbracciata da monti boscosi e percorsa dallo splendido fiume Lima. Quest’anno, con il Patrocinio Sindacato Nazionale Scrittori, si concorre su due livelli, legati tra loro da una comune attitudine, il tema dell’Acqua. La prima sezione ha titolo “ACQUA DOLCE, ACQUA SALATA”. La crisi dell'acqua è reale e grave in tutto il mondo, sia per la graduale perdita di una risorsa non più rinnovabile, sia per l’arrogante negazione alla possibilità di accesso di molte comunità a questo bene ed il progressivo ed intensivo sfruttamento dei territori e delle risorse che produce desertificazione e/o altri danni gravi all’ecosistema. Per quanto riguarda l’acqua di mare non va meglio. Inquinamento, mancato rispetto della salvaguardia della biodiversità, occultamento di veleni e sfruttamento irrazionale della pesca con sistemi industriali distruttivi dei fondali e della riproduzione, producono un serio pericolo globale. Obiettivo del concorso quindi, è affrontare queste, ed altre problematiche legate all’acqua, con impegno e sensibilità poetica, valorizzando altresì gli aspetti di bellezza e conforto dell’acqua per gli esseri viventi, in tutti i suoi significati storici e metaforici.
La seconda sezione è uno speciale dedicata all’antica stazione termale di Bagni di Lucca. Il titolo è “BAGNI DI LUCCA; LA VALLE DEI POETI, L’ACQUA CHE CURA” e sarà premiata quella composizione poetica che descriva, valorizzi, rappresenti la “Val di Lima” in modo strettamente correlato al valore termale dell'acqua che cura e le sue proprietà (conosciute fin dalla preistoria) in un rapporto strettissimo con un territorio che si è, soprattutto per questo, arricchito di cultura ed ha richiamato a sé grandi personaggi politici e grandi intellettuali, ma anche grandi masse di persone in cerca di sollievo dai loro problemi di salute. Bagni di Lucca e Val di Lima (tra Ponte a Serraglio e Villa) è tra i monti dell’Appennino tosco-emiliano. Appena 152 metri sul livello del mare, ma in virtù della corona montana circostante, mantiene un microclima mite, ideale in estate ed inverno. Le terme, alla confluenza del torrente Lima con il fiume Serchio, dai quali prendono il nome le vallate stesse, sono conosciute fin dall’antichità preistorica e romana, ma diventarono famose nel sec XI, al tempo della Contessa Matilde di Canossa, fino a divenire poi una delle maggiori stazioni termali europee, meta gradita della nobiltà e delle diplomazia accreditata presso la corte di Lucca ed il Granducato di Toscana. Le terme, ed i suoi bellissimi dintorni, hanno avuto ospiti illustri in campo politico e culturale; poeti e scrittori come Byron, Shelley, Lever, Dumas, Giusti, Monti, Carducci, Pascoli, Montale; musicisti come Strauss, Listz, Paganini, Puccini, Mascagni. Oggi permane la sua vocazione alla cura del corpo e della mente, il culto per la natura, la genuinità culinaria della cucina toscana, la versatilità culturale. Notizie più dettagliate sulla Valle ed il Bando dettagliato sul sito [www.carlaguidi-oikoslogos.it] dove si può anche scaricare gratuitamente il testo :- "Bagni di Lucca - il fascino di un'antica stazione termale" degli autori prof. Marcello Cherubini e il dr. Massimo Betti.
BAGNI DI LUCCA TERME J.V. E HOTEL S.R.L. - Piazza San Martino, 11 - 55022 Bagni di Lucca (LU) - La Segreteria del Premio sig.ra CATIA CITTI tel. 0583 87221 [www.termebagnidilucca.it]. CARLA GUIDI [posta@carlaguidi-oikoslogos.it]

mercoledì 1 febbraio 2012

Un concentrato di disperazione e saggezza di Piera Mattei



Marco Ercolani – Turno di guardia –Il canneto editore 2011
Marco Ercolani – Sentinella – Carta bianca 2011

Un concentrato di disperazione e saggezza
di Piera Mattei

Arrivano insieme questi due libretti, simili nel formato e nei caratteri, minuti, quasi due fratelli che tendono a differenziarsi ma non possono nascondere un DNA assai simile. Questo piccolo formato mi ha fatto riflettere anche su un'eventuale o probabile evoluzione dell'oggetto–specie libro. Va forse facendosi "naturalmente" piccolo perché deve alludere alla sua mutazione nella specie elettronica, di cui, lui, creatura di carta, starebbe diventando la timida allusione? Uno dei due almeno, "Sentinella", edito da Carta Bianca, rimanda a quella edizione on line, che certo, almeno potenzialmente, avrà una comunità di lettori incommensurabilmente più ampia e duratura.

Del resto i libri di Marco Ercolani hanno la caratteristica della coerenza , della fedeltà ad alcuni temi, che tornano, echeggiano con forza ossessiva. Sono quelli dei ritratti-contatti con i suoi malati dell'ospedale psichiatrico, dei confini tra arte e follia, della passione, assimilazione e citazione di autori, che egli considera i "suoi autori", tra i quali, per usare un ossimoro, i classici dell'espressionismo–simbolismo.

"Sentinella" tuttavia sceglie la forma del caleidoscopio: frammenti brevissimi e quasi luminosi ciottoli tra poesia e aforisma. Il libretto può quindi costituire una sorta di breviario, da portare con sé, da consultare a casuale apertura di pagina, perché tutte le sue linee sono dense, un concentrato di disperazione e saggezza, di tono apodittico e negazione. Il tema della letteratura, dell'estetica ha anche un ampio spazio. Citiamo appunto, ad apertura di libro:
Conoscere le storie della letteratura è perturbante;
Ogni estetica dissimula un ulteriore silenzio

Ma ecco ritornare nella forma più sintetica possibile quella coscienza del travaso necessario del dolore psichico sulla pagina:
Non gettare grida di sgomento: scrivere
Imperativo certo rivolto a se stesso, ma anche terapia adottata con i suoi matti, come appunto leggiamo nell'altro libro, "Turno di guardia".
Questo è esplicitamente un diario, scritto durante i turni all'Ospedale Psichiatrico, un romanzo autobiografico nella forma di diario. Ripetizione ossessiva : non c'è che la ripetizione di gesti diversi e sempre simili, che rischia di risucchiare il medico nell'universo dei suoi malati, con la sensazione che la vita non potrà essere che questo: cellulare che suona, controllo dei ricoverati, discese al Pronto soccorso. Non per nulla a tutti i malati fa riferimento con la sola lettera L., l'iniziale di Lorenzo, il giovane Lorenzo Pittaluga, uno dei suoi primi pazienti, votato al suicidio che infine riesce a realizzare, poeta. Un malato mai dimenticato, che dopo anni, ancora rappresenta per Marco Ercolani, l'idea stessa, astratta e concretissima, del malato psichico.
Già nella prima pagina l'autore s'interroga sul proprio ruolo, sulla propria identità: Mi chiedo se sono spettatore delle loro voci o tutore delle loro furie. Se sono un veggente passivo o un poliziotto attivo. Chi è veggente spalanca porte, intravede misteri, aggiunge disordini. Chi è poliziotto tappa bocche, lega corpi agitati, intima ordine. Ma non si è mai una cosa soltanto.

Ho letto molti libri di Marco Ercolani. Tra tutti "Turno di guardia" è quello che più mi ha coinvolto, per la sua urticante verità, soprattutto. La letteratura, la riflessione sullo scrivere che anche qui è presente, è diventata parte costitutiva della sua personalità. E' pulsione profonda che si meticcia perfettamente con i gesti usuali della vita, anche se questa sembra risolversi tutta lì, dentro le pareti dell'ospedale. Un fuori, una casa, esistono. In quella direzione s'avvia l'autore nella pagina finale, non senza sollevare il dubbio che anche questo fuori, possa avere la consistenza di un mondo tutto mentale.

Nella foto: Gli amici e il bicchiere di vino (Marco Ercolani e Piera Mattei)

lunedì 30 gennaio 2012

Franco Ferrarotti – Atman, il respiro del bosco – Empiria 2012


La circolarità imperfetta
di Piera Mattei

La vita, vista da uno sguardo posto nel cosmo a distanza illimitata, ha una circolarità perfetta e indolore: si torna lì da dove siamo venuti, tutto torna a essere ciò che era stato. Pulvis es et in pulverem reverteris, recitava il rito latino dell'annuale cerimonia delle Ceneri, parafrasando il cupo materialismo dell'Ecclesiaste. Vanitas vanitatum et omnia vanitas. Tutta un'intera vita – i dolori, le gioie , il successo, le passioni, libri letti e scritti, la bellezza, l'orrore – non è stata che una parentesi, e ogni vicenda si ridurrà, per tutti, a poca polvere?

Tornerà in circolo con alcuni elementi e non altri, dice oggi lo scienziato. Sono quel numero di elementi che compongono la vita in tutte le sue forme. Circolarità imperfetta potremmo chiamare il destino di noi esseri non solo sensienti ma anche, per nostra fortuna, sorte e disperazione, coscienti, se riflettiamo sul senso di ripugnanza che quel trapasso da una forma ad altra – la morte – in tutte le sue forme ci procura.

Questo libro, il più recente di Franco Ferrarotti (ma il più recente fino a quando se l'autore dimostra un impulso inarrestabile alla scrittura?), profondamente respira in questa circolarità, in cui sembra sentirsi a completo agio, così da comporre una piccola deliziosa opera, coerente in ogni sua parte, anche se ambisce, come sempre nello stile del suo autore, a una onnicomprensione enciclopedica (mi si passi l'eccesso, utile, credo, a rendere il traboccante temperamento del suo autore), a un onnivoro appetito culturale.

L'autore parte dalle sue origini legate alla terra e ritroviamo i bellissimi racconti di un'infanzia fragile e già molto volitiva, il forte e straordinario ritratto di un padre che lavorava nei campi sempre col cappello nero sulla testa, come un rabbino in preghiera, una zia rimasta nubile ad allevare la prole del fratello, insomma un mondo altro, una famiglia "larga" così com'era una volta in campagna. Larga "naturalmente" con il laccio che, volenti o nolenti, teneva insieme i membri di una stessa piccola comunità piramidale – non perciò famiglia, come oggi, "allargata" nelle più varie e fantasiose composizioni. Ricordi lucidi di molti decenni fa, sempre aperti a dotte digressioni, a citazioni, a rimandi, riflessioni su domande a cui non si è data, e forse non si dà, risposta.

Nel corpo centrale del libro l'autore, attraverso una vicenda attuale (una seccatura burocratica), viene richiamato a quella terra che l'ha visto nascere. S'innesta così sul racconto autobiografico un discorso più ampiamente storico-sociologico di quell'area del Vercellese, tra Trino Palazzuolo e Robella: le vicende delle famiglie, i tracolli economici, le anagrafi e i catasti, i cognomi.
Chi ha reso possibile il richiamo, chi ha effettivamente lanciato il richiamo, non è poi un piccolissimo burocrate, ma una creatura multipla, la fissa e inamovibile comunità del bosco, gli alberi. Il bosco avuto in eredità diventa a questo punto un co-protagonista, che, come può, e avanzando argomentazioni sulla sua parità, o superiorità addirittura, rispetto alle altre specie viventi, reclama dal protagonista-uomo attenzioni e responsabilità. Quest' ultimo, dopo aver schivato a lungo i suoi obblighi, si avventura tra quelle creature arboree. Lì, avviluppato tra gli sterpi e le vitalbe, si perde (o vuole perdersi?). Conclude col fare del bosco il suo ultimo, definitivo rifugio.

In effetti, riflette il protagonista, una metamorfosi in creatura vegetale può essere il modo per evitare il passo ineluttabile e ripugnante della morte, di assicurarsi, se non la mitica immortalità, almeno una longevità non concessa alla sua propria specie.
Finire così, dunque: abbracciato a una quercia centenaria, quercia-madre che "come tutte le madri è un'ombelicale carceriera, dolce fino alla crudeltà estrema".
Eppure anche dopo il cambiamento, che passa attraverso una dolorosa e umiliante evirazione, il protagonista non cessa di parlare con la quercia degli argomenti che più sembrano stare a cuore a lui come uomo di cultura, come professore che era stato, (realizzando in pieno gli antichi sogni della zia): l'abbandono, l'incuria e il decadimento di quell'ambiente universitario a cui a dato più di cinquanta anni di vita.

Il bosco forse non aveva mai sentito prima questo tipo di sospiri. E le piante, lievemente agitandosi, diffondono quelle parole, così come il loro generoso seme, nel vento.