mercoledì 20 marzo 2013

Marco Ercolani – Si minore – Premio Letterario Ulteriora Mirari – Edizioni Smacher 2012





Una roccia a forma di nave – nota di lettura di Piera Mattei

Poesie in Si minore, scritte sulla tonalità dell'Incompiuta di Schubert, poesie di tonalità romantica? A ben considerare non sarebbe la caratteristica precipua di questo libro di Marco Ercolani, dato che tutta la produzione di questo scrittore, ossessionata dal buio, dalla follia, dalla morte è, nel senso più autentico del termine, romantica. Non sentimentale tuttavia – mai – né popolare, anzi costruita su una scrittura e a una lettura insieme marginale e elitaria.

Pratica romantica è anche la rilettura-attualizzazione dei classici e qui l'ultima sezione che porta in esergo alcuni versi tratti dall'Odissea, costruisce le sue poesie con riflessi dell'immagine originalissima dell'episodio citato. Occorre accennarne, perché, per quanto di mirabile forza, il racconto, tutto fondato su una sola "pietrificante" immagine, rimane tronco, senza reali conseguenze sugli sviluppi successivi e sul destino dell'eroe protagonista. Siamo dunque nella parte centrale del poema. I Feaci hanno deposto, con dovizia  di doni, Odisseo addormentato sul suolo della sua Itaca. Il loro gesto, di grande umanità e generosità, provoca le ire di Poseidone, che vede minacciato il suo potere di far naufragare gli umani o sospingerli erranti nel regno che gli appartiene. Il dio del mare vorrebbe punire i Feaci distruggendo la loro nave e ricoprire la loro bella città con un monte. Zeus, con  finezza crudele, rivede il progetto, nello stesso tempo lasciando ai Feaci la possibilità di pentirsi della loro generosità e convertirsi all'indifferenza verso i naufraghi che il mare getta sulle loro rive. Così stabilisce, con i versi, appunto, riportati nell'esergo: "quella nave subito diventi roccia a forma di nave, in vista della costa! E siano presi dal sacro stupore tutti quanti gli uomini. E poi una montagna enorme li travolga essi e la loro città".
Gli dei ottengono quanto volevano: i Feaci terrorizzati dalla punizione che ha reso la loro nave immobile e di pietra, per scongiurare che il malefizio si compia nella sua interezza, faranno a Poseidone l'offerta di dodici tori, con la promessa che smetteranno infine "di accompagnare i mortali".

Gli dei ci puniscono della nostra generosità. Chi si muove e attraversa gli oceani per riportare alla sua terra un naufrago (per quanto re della sua isola) rischia di restare radicato alle profondità marine, su una nave di pietra, "in vista della costa". Può essere questo il senso nascosto nelle poesie dell'ultima sezione del libro? Non è da escludere, per quanto il poeta sembri soprattutto affascinato da quella maligna magia in sé, incantato anche lui, nell'idea di una solida immobilità: Noi, grande pietra nera / a forma di nave / ancorata nell'acqua  / niente sangue nessuno / dice nulla / alberi immobili / svettano sul ponte
Letto dunque nella prospettiva offerta dall'ultima sezione, il libro rende anzitutto l'idea di un mare a sua volta colpito da immobilità su cui come relitti nuotano sogni, frammenti d'esperienze al confine col sonno. E di nuovo torna l'acqua: Vortice / nelle vie inondate, incubo sordo / cose familiari come estranee macerie / nell'acqua nera, cofani, vetri / scarpe. Qui l'incubo si è fatto cronaca, anzi viceversa: l'alluvione prospetta allo sguardo un incubo reale, con oggetti che la furia dell'acqua toglie al loro significato familiare, per ridurli in macerie, come avviene anche – sempre, e spesso molto prima che alle cose – per gli esseri viventi. Anche la terra compare, terra di laguna, la laguna di Grado, Aquileia, mentre l'autore trascrive il suo sguardo su una bellezza disegnata anche dalla storia. La preferenza per l'acqua tuttavia è fin troppo evidente e apertamente dichiarata: Ma preferisco altre visioni: / un continente d'acqua, senza figure, / che comprenda le nostre vite terrene / in una navigazione lentissima.

Abbiamo detto dell'acqua, del mare. La raccolta comprende però anche poesie strettamente liriche, poesie che raccontano l'amore, e  – grata sorpresa in una produzione che conoscevamo soprattutto legata allo scavo e al rovello psichico e intellettuale – sensuali, con sottolineata rivincita del tatto sugli altri sensi. Le labbra, le mani, la pelle diventano protagoniste: Pelle contro pelle, / ombra contro ombra, / con l'impulso di rinascere ancora, / furiosi e muti. Il ritmo, in queste poesie, si fa altra volta morbido e il racconto del dolore o dell'amore diventa discorso triste, sì, ma piano, quasi una confessione totalmente accessibile: Anni / che non arriva il silenzio / e il ritratto di te / si moltiplica // anni che appena respiro / mi disinganna l'aria / e devo smettere con il fiato / tenermi la testa stretta tra le mani

nella Foto: Trieste, Molo san Giusto (Piera Mattei)



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